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Luigi Parzini: La lingua dell'assoluto - Opere pittoriche die Luigi Parzini    17. Nov , 2012 - 10. Jan 2013

The Language of Absolute (installation view, Galleria Open Art 01)
Luigi Parzini
The Language of Absolute (installation view, Galleria Open Art 01)
 
The Language of Absolute (installation view, Galleria Open Art 02)
Luigi Parzini
The Language of Absolute (installation view, Galleria Open Art 02)
 
The Language of Absolute (installation view, Galleria Open Art 03)
Luigi Parzini
The Language of Absolute (installation view, Galleria Open Art 03)
 
The Language of Absolute (installation view, Galleria Open Art 04)
Luigi Parzini
The Language of Absolute (installation view, Galleria Open Art 04)
 
The Language of Absolute (installation view, Galleria Open Art 05)
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The Language of Absolute (installation view, Galleria Open Art 06)
Luigi Parzini
The Language of Absolute (installation view, Galleria Open Art 06)
 
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LUIGI PARZINI (1950-1978)

'LA LINGUA DELL'ASSOLUTO' Opere pittoriche di Luigi Parzini

PERIODO 17 Novembre 2012 - 10 Gennaio 2013

VERNISSAGE 17 Novembre, ore 17.30

Nell'Italia uscita dalla guerra, si registrava un grande fervore creativo. L'esigenza di nuove esperienze artistiche era lo specchio di una gioventù operosa, ardente di volontà di superare i freschi orrori e di aprire il Paese al confronto con realtà estetiche europee ed americane, nel desiderio di dimenticare il provincialismo penalizzante che aveva connotato l'ultima fase della cultura artistica del ventennio. Fu in questa virtuosa cerchia di pittori scossi dalla febbre del rinnovamento artistico e sociale, retti da una moralità senza cedimenti, inebriati dal privilegio di essere attivi in un periodo di energie positive, che troviamo Luigi Parzini. Nato nel giugno del 1925 a Casale Monferrato, Parzini si formò in anni duri e difficili. A Milano ebbe modo di conoscere il magistero, certo non univoco, di Carpi e di Funi, con i quali apprese ad indirizzare la tecnica, di sapore e spessore di alto artigianato, da lui assimilata nel natìo Piemonte, in una dimensione alta e nobilitante. Tuttavia egli si rifiutò di diventare un "pittore" come molti altri suoi coetanei. Volle subito imprimere, alla sua arte, il timbro di una ricerca senza fine, nella quale non si dà spazio alla scepsi, ma al diletto, o al tormento, di cercare e varcare passaggi sempre nuovi. Parzini s'inserì con naturalezza nell'ambito dei pochi artisti italiani in grado di dialogare con le esperienze più aspre e feconde esperite in Francia, nel resto d'Europa e negli Stati Uniti. Il suo impegno e la sua qualità non passarono inosservati. Egli fu invitato nel 1955 dalla Biennale di Venezia e, successivamente, fu chiamato a partecipare alle più raffinate esposizioni in Europa ed oltre: una mostra personale nel 1958 presso la Galleria dell'Ariete di Beatrice Monti, che segnó l'inizio di una collaborazione ventennale (qui Parzini avrebbe poi esposto con Appel, Rauschenberg, Frankenthaler, Riopelle, Francis e Tapies, tra gli altri); la partecipazione alla mostra "The Quest and the Quarry" presso la New York Art Foundation di Roma, nel 1961, alla Biennale di Venezia del 1962 e del 1966, che in questa occasione gli dedicò un'intera sala, allo Stedelijk Museum di Amsterdam e al Boijmans/Van Beuningen Museum di Rotterdam, nel biennio 1963-1964 e alla Biennale di Tokyo l'anno successivo. La presenza di alcune sue opere negli Stati Uniti, acquistate nei primi anni '60 dal Museum of Modern Art di New York e dall'Hirshhorn Museum of the Smithsonian Institute di Washington, culminò con una mostra personale, nel 1965, presso una delle gallerie americane più prestigiose, la Betty Parsons Gallery di New York, la prima, in collaborazione con la Sidney Janis Gallery, ad esporre opere di Rothko, Newman e soprattutto Pollock. Per Parzini si mobilitarono critici famosi (da Argan a Ballo, da Testori a Carluccio, intere generazioni di scrittori d'arte sono intervenuti su di lui), e collezionisti di grande peso e prestigio internazionale. Ma la sua natura non lo portava a godere il successo, ma a sperimentare sempre e comunque, respingendo la tentazione dei salotti, il richiamo delle sirene mondane, la plebea ricerca di una facile notorietà. Si confinò nel suo Piemonte, nella casa che si era fatto costruire nei pressi di Novara; la sua vita pubblica era affidata alla partecipazione alle mostre e alla presenza di sue opere in pubblicazioni molto curate, sotto il profilo scientifico. Dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 1998, la conoscenza della sua pittura, di enorme bellezza, è stata viva fra gli studiosi, mentre si è appannata presso il pubblico. La Galleria Open Art di Prato, con coraggio e consapevolezza del valore artistico del pittore, lo ripropone con una mostra che mette in risalto la produzione pittorica dagli anni '50 agli anni '70. Sono, quelle esposte, opere pittoriche, non quadri. Opere che possono vantare, nella maggioranza dei casi, il curriculum del dipinto scelto per accompagnare questo breve testo introduttivo alla mostra. Opere, occorre aggiungere subito, nelle quali si travasa e si dispensa l'anelito verso l'Assoluto che, come scrive in catalogo Stefano De Rosa, ha sorretto l'esistenza, talvolta sotto traccia, di un grande artista del '900.

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